sabato, gennaio 03, 2009

Il giorno più bello

Viaggiare non è un po' morire, è, anzi, un po' rinascere. Mi ricorda molto il viaggio a Xi'an durante la mia prima permamenza Pechinese: un bellissimo albergo, viaggiare, posti nuovi, pensare solo a rilassarsi e divertirsi. Questo è quindi un racconto di una breve permanenza a Pechino ma anche quello di una breve rinascita, la mia: ho ricaricato le batterie in questi due giorni, non so per quanto, ma finchè dura, fa verdura!

Sono partito la mattina del 31, un mio caro nuovo amico mi ha prenotato il treno D, due ore secche Shijiazhuang-Pechino. Poi via, sull'823 (mica faccio il signore, prendo il bus io!), un'ora e sono alla fermata, un po' di richieste di direzioni qui e lì e arrivo all'albergo. Pulito, bel letto, stanza calda, girare in mutande in quella stanza mi è sembrato in un attimo vivere da signori. Aspetto la chiamata di Nan, oggi è l'ultimo giorno dell'anno, ai cinesi gliene frega relativamente ma, a quanto mi ha detto lei, ci sono i conti da chiudere quindi c'è un casotto di lavoro, non so quando chiamerà, esco, e cerco wangfujing a piedi, così da trovare con comodità l'albergo per la cerimonia di domani. La zona del mio albergo, invece, è bella, fatta di viuzze in stile tradizionale, ed è centrale, l'aria è pungente, Pechino è bella, animata, fredda, pulita e, non so, c'è una certa magia, la nostalgia della mia pechino d'estate si mescola con questa nuova immagine, si mescola con ricordo dell'estate a spasso con i miei amici e, adesso che sono solo, tutto è uguale e diverso. Arrivo a wangfujing, l'albergo è proprio dietro la libreria, poi entro nella libreria, decido di comprare un romanzo in inglese, tra la generale indecisione (atonement? kafka on the shore?) prendo The lovely bones (Amabili resti, in Italia), pago, partitina in sala videogiochi, torno in albergo.
Chiamo la mia famiglia, poi sento Nan, tra poco verrà a prendermi, la imploro di aiutarmi a comprare un regalo per la futura coppia e lei mi dice che è ok. Usciamo, mi porta in un centro commerciale (uh, come si chiamava? Solana? ok, si, ho controllato) pieno zeppo di gente nei ristoranti (niente crisi qui, pare), scartiamo quelli dove si mangia a buffet e approdiamo in un fotonico ristorante giappo, gestito da una signora giapponese di una certa classe, riccioli grigi e un ottimo cinese, ci chiede se vogliamo il sushi tradizionale o quello innovativo. In poche parole tra insalate, fagioli, sashimi, sushi innovativo flambè, tempura e quant'altro come cenone non ha affatto sfigurato! Irasshaimase! Poi via, da spin, un negozio di ceramiche belle ed essenziali, è vero l'usanza è regalare i soldi agli sposini, nella più classica delle bustine rosse, ma fortunatamente la mia amica non è troppo tradizionalista dice: di solito i soldi si dimenticano, io spero di regalare qualcosa che non possa essere dimenticato. Io non ardisco così tanto, ma un pensierino, che diamine, vorrei farlo comunque. Xin Xin è un'amica cara e preziosa, e sarei ricorso a qualsiasi mezzo per dimostrarle il mio bene. Prendo un contentitore in ceramica con un decoro rosso, spartano, essenziale ed affascinante, direi quasi zen. Il colore rosso è particolarmente difficile da gestire, dicono i cartelli esplicativi sulle pareti e il prezzo leggermente maggiorato. Spero che piaccia loro, magari ci metteranno lo zucchero e diranno: lo vedi, questo ce l'ha regalato Mario per il nostro matrimonio. Chissà...
Insomma, torno alle dieci in albergo, ma è l'ultimo dell'anno, che fo? Prendo, mi armo di coraggio e vado al Destination, gremita disco di Pechino, se spero di conoscere gente famo notte (tra me e i cinesi "intraprendenza" non è la parola chiave) ma almeno un brindisino tra me e me alla mia salute, perché no? Così dopo un long island ice tea e un frozen margarita (che buono, mica l'avevo mai provato), scambio quattro chiacchiere con qualcuno più intrepido degli altri e, poi, tutto sommato allegro, anzi, sticazzi, ero eccitatissimo... torno a casa lottando con altri duecento cinesi e non per un taxi verso casa. Alle tre mi addormento, l'indomani è il gran giorno.
L'indomani inizia alle sette, con il mal di testa per l'alcool e le sigarette, è mezzanotte in Italia, va che chiamo i miei per vedere che combinano. Poi doccetta, cerco di rendermi presentabile, cerco la busta rossa per metterci i soldini e dato che sono in un fioraio prendo un mazzo di rose per un prezzo esorbitante. Arrivo e sono tra i primi, firmo l'albo col mio nome cinese nuovo di pacca (马一傲, omofono del precedente, cambiano i caratteri) e aspetto che arrivino gli altri, nel frattempo scambio un po' di chiacchiere tra un collega dell'università di Xin Xin e il presentatore del matrimonio. Poi arrivano le facce conosciute: Eva e Han prima, John poi. Abbracci chiacchiere, poi arriva la sposa ed è tanta commozione, bianca, quasi irriconoscibile nel suo allestimento, come una damina di altri tempi, così diversa dalla ragazza scaltra, timida e abile in tutto, quella di oggi era una donna con un filino di voce, i gesti delicati, un sorriso elegante. Il matrimonio cinese è uno spasso, diciamocelo, col presentatore e gli sposi immobili per mezz'ora buona a guardarsi, dire qualche frase in italiano, memore della permanenza all'estero. E' un vero e proprio show, dove chi gestisce lo spettacolo sopperisce al nostro prete e introduce le famiglie, gli sposi e i fatti più rilevanti e commoventi. Il momento che ho preferito, uno dei più toccanti, e uno dei pochi che ho capito a causa del mio scarso cinese è stato quello in cui gli sposini si sono scambiati i regali, il regalo dello sposo era una scatoletta contenente delle schede telefoniche per le chiamate internazionali, quelle che aveva usato per chiamare Xin Xin in Italia, le ha collezionate e messe assieme. In totale sono 20mila yuan, dice il presentatore. E tutti: ohhhhh. 20mila yuan non sono mica bruscolini, sono 5 mesi precisi precisi del mio stipendio qui. Poi abbiamo mangiato, poi gli sposini si sono presentati ai tavoli (tra un cambio d'abito e l'altro della sposa) per brindare assieme, offrire sigarette o caramelle e prestarsi ai giochini diabolici architettati dagli invitati. Quello che certamente sarà difficile rimuovere è stato quello in cui hanno messo due uova nelle gambe del pantalone dello sposo e la sposa doveva farle risalire all'altezza del cavallo con le mani e farle uscire ognuna nella gamba opposta a quella in cui era, ovviamente meglio se intere. Poi un po' di foto assieme (compresa una con un mio compagno di tavolo che mi chiamava Pavarotti), io ho consegnato i miei regalini (firmando anche a nome di Diego e Simone che avrebbero voluto esser lì ma non hanno potuto) e dopo un abbraccio forte con gli sposini augurando loro ogni bene, siamo andati via.
Non avendo altro in carnet, il santo John mi ha scarrozzato un po' in giro (nonostante non avessi il cappello, era freddo e avevo un mal di testa abbastanza terribile), sono stato finalmente a piazza Tian'anmen, l'abbiamo attraversata e dietro Qian men c'è una deliziosa strada con negozi che vantano storia antica, davvero affascinante, ricca di calore e occasioni e anche di ottimi spiedini di carne d'agnello.
Non c'è molto altro da raccontare: l'indomani mi alzo e vado a fare il check-out, avevo pagato 500 yuan (400 per le due notti e 100 di caparra), la signorina della reception mi allunga 600 e rotti yuan. e questi? le chiedo. il tuo amico è venuto qui e ha pagato per te, mi dicono. mannaggia agli sposini, pur il conto dell'albergo mi hanno saldato, io prendo i soldi, e vinto dalla loro gentilezza, pensando di non meritare tutto quel bene, piangendo un po' torno in treno a Shijiazhuang.

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